Una vita degna di essere vissuta
- Miguel Psicologo

- 5 ore fa
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Tutti, prima o dopo, arrivati ad una certa fase dell'esistenza, iniziano a chiedersi qualcosa che lascia un certo vuoto nello stomaco: "Perché non mi sento mai soddisfatto?", "Qual è lo scopo della mia vita?", "Perché non mi sento mai felice?", "Cosa dovrei fare/avere per sentirmi finalmente bene?".
In molti casi, parliamo di persone che hanno ottenuto il lavoro dei loro sogni, che hanno denaro, approvazione, status, relazioni soddisfacenti...
Eppure, permane la sensazione che le cose non vadano, che un sottile strato di insoddisfazione resista a tutto questo.

In psicoterapia, chiamiamo questa fase: "crisi esistenziale". Ci sono crisi che accompagnano fasi di passaggio e cambiamenti significativi nel contesto di vita, nelle relazioni o nella professione, e crisi che, più profondamente, mettono in discussione l’identità della persona. Si tratta, tuttavia, di una distinzione necessariamente imperfetta: in qualche misura, infatti, ogni crisi mette in discussione una o più parti della nostra identità.
L'identità è il complesso di rappresentazioni che un individuo possiede rispetto a sé stesso e alla propria unicità. Anche l'etimologia del termine, che richiama il latino idem, "medesimo", porta con sé una riflessione interessante: se l'identità è un costrutto che definisce chi siamo rispetto agli altri, perché spesso accade che non riusciamo a definire in cosa siamo diversi dagli altri?

Per rispondere alla domanda, torniamo alla crisi identitaria. Una possibile determinante di quest'ultima, oltre a quelle di cui sopra, riguarda il momento in cui ci si rende conto che l'identità costruita per soddisfare (o scappare da) lo sguardo altrui – ciò che, in una prospettiva psicoanalitica, può richiamare il concetto winnicottiano di falso Sé – smette di funzionare.
Ovvero, il guadagno che deriva dal sostenere un'immagine di noi stessi artificialmente costruita (riconoscimento, evitamento del giudizio, ammirazione ecc...) non riesce più a giustificare i costi sottostanti.
...ma questo è un altro discorso... troppo ampio da sviluppare in questa sede. Ci farò un articolo apposito probabilmente.
Non è necessariamente patologia. È spesso il segnale, per quanto scomodo, che la persona necessita di una vita più "autentica".
Non è un'esperienza nuova. Attraverso i secoli, le menti più lucide si sono poste la stessa domanda, con parole diverse. Socrate metteva in dubbio il valore di una vita senza esame di sé. Il Buddha collegava ad essa la radice della sofferenza e dell'attaccamento. Aristotele cercava gli ingredienti della eudaimonia, la "piena fioritura umana". Nietzsche invitava a superare se stessi per creare un proprio senso dell'esistenza (sopra Dio). Carl Jung ha portato alla luce le parti nascoste della psiche che, senza accorgersene, orientano le nostre scelte.
Epoche diverse, culture diverse, lingue diverse. Eppure la conclusione è sorprendentemente simile: le cose che la maggior parte delle persone insegue per tutta la vita sono spesso proprio quelle che le tengono lontane dal vivere davvero.
Mentre, le cose che costruiscono una vita piena, vengono spesso evitate, proprio perché richiedono qualcosa di molto più scomodo: onestà con se stessi.
Conosci te stesso

Sul tempio di Apollo a Delfi era incisa la famosa frase: "Conosci te stesso".
Sembra semplice. È probabilmente una delle sfide più difficili che un essere umano possa affrontare.
Il punto è: come faccio a conoscere me stesso?
Partirei da una domanda fondamentale. Dove cerco me stesso: dentro o fuori?
Vorrei partire da qui: l'errore classico non è tanto cercare all'esterno - oggetti, situazioni, hobby - ma attendersi che quelle cose (esterne) abbiamo il potere di definirci.
Pertanto, fare il lavoro A, vestire nel modo B, andare nel locale C, comprare la macchina D... in modo che possano essere usati come definizioni del sé, come aspetti identitari. Non c'è nulla di male nel fare A, B, C, D, se A, B, C, D soddisfano certi scopi funzionali. Diventano un problema, quando sentiamo di non avere "nulla a che fare" con A, B, C, D ma ci convinciamo che sia così.
La maggior parte delle persone vive desideri presi in prestito. Scelgono una carriera perché la società insegna che quella si chiama successo. Cercano ricchezza per timore di non essere rilevanti. Si adornano e inseguono lo status perché sospettano di non valere abbastanza.

Insomma si costruiscono un'identità artificiale (un'immagine) sulla base di desideri mai veramente interrogati.
Carl Jung parlava del compito centrale dell'età adulta come del processo di individuazione: diventare chi si è realmente, anziché continuare a recitare chi il mondo si aspetta che si sia. In termini più clinici, è il lavoro — spesso lento, spesso frustrante — di distinguere ciò che è autenticamente proprio da ciò che è stato semplicemente introiettato: le voci dei genitori, degli insegnanti, di una cultura intera che ha parlato attraverso di noi per anni, scambiata per la nostra stessa voce.
Ed è per questo che la conoscenza di sé è scomoda. Quando finalmente si guarda dentro, si può scoprire che il sogno per cui si è sacrificato tutto non era mai stato davvero il proprio sogno. Che la persona che si cercava di impressionare non ci ha mai realmente visti. Che l'identità difesa con tanta cura non era, in fondo, la propria identità.
Molti evitano se stessi proprio per questo: scoprirsi richiede, quasi sempre, di lasciar cadere prima la versione falsa.
Il significato, non il piacere

La società contemporanea ha costruito un'illusione piuttosto insidiosa: se ci si sente bene, si deve per forza star vivendo bene.
I grandi pensatori della storia non sarebbero d'accordo. Il piacere è temporaneo. Il significato resiste al tempo.
Viktor Frankl, psichiatra sopravvissuto ai campi di concentramento, scoprì qualcosa di profondo osservando se stesso e gli altri prigionieri: un essere umano può attraversare una sofferenza quasi inimmaginabile se ha una ragione per continuare.
Una vita piena di senso non è una vita priva di difficoltà. È una vita in cui le difficoltà hanno uno scopo. Molti si chiedono: "Come posso evitare di soffrire?". La domanda che davvero conviene farsi è: "Per cosa vale la pena soffrire?"
Come si trova significato? Riprendendo la questione di un capitolo fa: partiamo da dentro o da fuori?
Partiamo da dentro.
Questo non significa fermarsi ad ascoltare le nostre sensazioni in stile "meditazione", mentre la vita scorre. Significa vivere consapevolmente ciò che viviamo; vestire, comprare, relazionarsi, lavorare e compiere qualsiasi altra azione o processo con consapevolezza. Ascoltando, cioè, ciò che il nostro corpo ci comunica nel momento in cui viviamo ciò che si suppone essere parte della nostra identità.
Sembra banale: lo è! E' semplice e banale, ma allo stesso tempo tra le cose più difficili da fare, perché richiede pazienza, coraggio, costanza. Solo nel tempo emerge la verità. Servono molte prove ed errori per capire chi siamo: prova - ascolto - (eventuale) errore, ripetuto molteplici volte nel tempo.
Come facciamo a capire il lavoro che fa per noi, il modo di vestirci che definisce il nostro personale stile, il genere di film o libri che ci appassiona, la compagnia di amici che ci fa sentire accolti ecc.. se non lo proviamo, se non osserviamo le sensazioni che queste esperienze suscitano in noi?

Questo processo non implica necessariamente mettere da parte il pensiero e la razionalità. Le sensazioni corporee possono fornire informazioni utili su ciò che stiamo vivendo, ma non sono un oracolo infallibile: possono essere influenzate da ansia, abitudini, paure e apprendimenti precedenti. Ci sono poi scelte complesse, che hanno risvolti nel futuro e che determinano esiti su diversi ambiti della nostra vita: usare la corteccia prefrontale, in questi casi, è vitale.
Una vita di cui non ti pentirai...
Partire dalle domande giuste è il modo migliore per affrontare con raziocinio alcune scelte che hanno a che fare con la nostra identità. Ogni volta che affrontiamo una scelta, teniamo a mente, più o meno implicitamente, una sorta di gerarchia dei valori. Sono convinto che, qualcuno abbia iniziato a comprendere quanto sia importante tenere in considerazione sé stessi all'interno di questa gerarchia.
Se non altro per il fatto che qualsiasi scelta presa al di là di noi stessi rischia di finire sotto il tappeto. Un punto cardine: ogni scelta dev'essere sostenibile; la sostenibilità, nell'essere umano, ha soprattutto a che fare con la la possibilità di mantenere nel tempo ciò che scegliamo. La motivazione e la volontà hanno certamente un ruolo: se sentiamo di avere energia e disponibilità a investire in una certa strada, è più probabile che quella scelta sia compatibile con ciò che in quel momento consideriamo importante.
Non significa che quella strada sarà quella giusta; significa solamente che è quella giusta in quel momento.
Comincia a chiederti un po' di più: cosa voglio davvero, adesso?
E non accontentarti della risposta troppo in fretta.

Vostro caro,
M.




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