Io mi avvicino, tu ti allontani

Aggiornamento: 13 ago
Nelle relazioni di coppia è possibile individuare sempre più spesso una difficoltà nella gestione della vicinanza. Alle volte, capita che i partner arrivino al conflitto proprio perché non c'è una simmetria nel bisogno di vicinanza/distanza; a volte percepiscono l'altro troppo vicino/lontano; altre volte confliggono perché non sono stati definiti dei sani confini o non riescono a sintonizzarsi con il bisogno di vicinanza del partner; altre volte (ed è il caso che discutiamo oggi) accade che proprio il partner che inizialmente sembrava più coinvolto e interessato a instaurare una relazione, si tira indietro quando questa raggiunge un certo livello di vicinanza.

L'allontanamento, a sua volta ha una certa durata (giorni, settimane, mesi), cui segue spesso un riavvicinamento.
Il modo più economico di spiegare questa sequenza è anche il più sbagliato, ed è quello che si sente ripetere ovunque: dire che chi la agisce «non sa quello che vuole». Spesso, lo sa bene. Il problema è che vuole due cose che non vanno a braccetto: sicurezza e vicinanza.
Vale la pena prendere sul serio il fenomeno, perché psicoterapia, psicologia sperimentale e neuroscienze producono su questo punto elementi sorprendentemente convergenti.
Prima di condurvi all'ipotesi accennata sopra, vorrei scandagliare, tramite spiegazioni teoriche e dati tratti dalla ricerca, tutte le possibili spiegazioni sottostanti al fenomeno, in modo da evitare riduzionismo e fornire la panoramica più ampia possibile. Per concludere, farò una selezione delle interpretazioni più probabili alla luce dei dati analizzati e dell'esperienza clinica.
Allontanarsi quando manca "così poco"
La descrizione formale più antica di questa oscillazione non viene dalla clinica delle relazioni, ma dallo studio sperimentale del conflitto motivazionale.
Kurt Lewin aveva osservato che il conflitto più difficile da sciogliere non è quello fra due cose desiderabili né quello fra due cose spiacevoli, ma quello che riguarda un unico oggetto che sia contemporaneamente attraente e minaccioso: in quel caso il soggetto non sceglie, oscilla.
Neal Miller, nel 1944, trasformò questa intuizione in un modello quantitativo, misurando la forza con cui gli animali si avvicinavano a una meta che prometteva cibo e minacciava una scossa. Il risultato era che entrambe le spinte crescono con la vicinanza, ma non alla stessa velocità: il gradiente di evitamento è più ripido di quello di approccio.

La conseguenza è geometrica prima ancora che psicologica, e chiunque abbia:
rimandato una telefonata importante,
rinunciato ad un appuntamento,
progettato per mesi un trasferimento in un'altra città, per poi trovare improvvisamente ottime ragioni per rimandare quando mancavano due settimane,
evitato di salire su una giostra che fino ad un minuto prima era convinto di provare,
conosce questo conflitto e lo ha sperimentato nel corpo! Prima eccitazione, poi paura e ritiro...
A distanza elevata prevale l'approccio (l'avvicinamento). Superato il punto in cui le due curve si incrociano, l'evitamento diventa più forte, e il soggetto indietreggia. Allontanandosi, però, l'evitamento cala più rapidamente dell'approccio, ed è così che si riparte.
Non serve postulare malafede, calcolo o manipolazione: l'oscillazione, in certi casi, è semplicemente la soluzione stabile del sistema, il modo in cui un conflitto irrisolto riesce a durare nel tempo senza mai risolversi.
Va detto, per correttezza, che studi successivi hanno trovato l'asimmetria dei gradienti meno regolare di quanto Miller sostenesse, e che in alcuni soggetti è l'approccio a risultare più ripido. Tuttavia, il modello resta un'ottima descrizione della forma del fenomeno.
Nella terapia familiare esiste una dinamica affine che ha un nome, pursuer–distancer, descritta da Thomas Fogarty: uno insegue, l'altro si sottrae, e più il primo insegue più il secondo arretra, in un circolo che entrambi vivono come colpa dell'altro. Fogarty precisa che si tratta di tendenze e non di categorie fisse, e che la stessa persona può occupare entrambe le posizioni a seconda del contesto e del partner (oltre al fatto che questa dinamica può essere spiegata in modi totalmente diversi).
Il caso di cui stiamo parlando oggi è però una versione simile a quella citata precedentemente con gli studi di Miller: nelle relazioni intime capita che entrambi i ruoli, avvicinamento e allontanamento, vengano agiti da uno stesso soggetto, in sequenza. In questi casi, documentati dalla letteratura scientifica e rintracciabili in trascritti di casi clinici, il soggetto si avvicina, per stabilire un contatto intimo, fin quando non si accorge dell'eccessivo aumento del livello di intimità; a quel punto si allontana per ripristinare una "distanza di sicurezza". Tuttavia, il raggiungimento della distanza riattiva il ciclo di avvicinamento-allontanamento.
Freud, 1912: l'ostacolo non è un incidente di percorso
Pur non essendo un amante del pensiero di Freud, è impossibile non citarlo, poiché diede vita alle prime teorie di psicologia delle relazioni, sulle quali i successivi autori hanno costruito o decostruito le proprie.
Nel secondo dei Contributi alla psicologia della vita amorosa Freud propone tre argomenti distinti, e di solito ne viene citato uno soltanto, che per giunta non è il più interessante.
Il primo è la scissione delle due correnti. Esiste una corrente tenera, la più antica, che si forma nell'infanzia sulle figure di cura, e una corrente sensuale, che arriva con la pubertà. Nella maturità le due dovrebbero convergere sulla stessa persona, ma quando la convergenza fallisce il desiderio si accende solo là dove la tenerezza non è arrivata: l'oggetto affettivamente vicino viene assimilato alle figure originarie, e la sensualità deve disinvestirlo per non violare il "divieto".
In poche parole, l'oggetto d'amore, essendo associato ai genitori da cui ha ricevuto le prime forme di cura, può essere investito di tenerezza, ma non di desiderio sessuale.
Chiunque abbia visto qualcuno vivere passioni intensissime per persone irraggiungibili e poi spegnersi con la persona affettuosa e disponibile che finalmente ricambia sa che il fenomeno esiste, indipendentemente da quanta parte della spiegazione freudiana si voglia accettare. Nella configurazione che Freud descrive, il fastidio non arriva necessariamente nonostante l'avvicinamento: è l'avvicinamento affettivo stesso a rendere difficile la convergenza fra le due correnti, perché sposta il partner verso la categoria che la sensualità deve abbandonare.
Il secondo argomento è quello che conta di più qui. Freud osserva che la libido si intensifica in presenza di un impedimento, e che dove gli ostacoli naturali non bastano gli uomini ne hanno sempre costruiti di convenzionali (come "allontanarsi"...) per poterne godere. Gli esempi che porta sono storici: la decadenza delle civiltà antiche, in cui, venuta meno ogni difficoltà, l'amore si sarebbe svalutato, e per converso la corrente ascetica del cristianesimo, che avrebbe conferito all'amore un valore psichico che il paganesimo non gli aveva mai attribuito (con i monaci come caso limite di una vita interamente occupata a resistere alla tentazione).
Il terzo argomento è il meno interessante, pertanto lo ometterò in questa trattazione.
Ad oggi il pensiero di Freud costituisce un'elegante interpretazione della psicologia umana. Possiamo considerare l'autore a tutti gli effetti "superato", non di certo per l'acutezza delle sue osservazioni, ma a causa del carattere "assiomatico/interpretativo" che caratterizza il suo lavoro (allo stesso fenomeno è possibile attribuire innumerevoli spiegazioni - vedi inconscio freudiano, es/io/super-io ecc...- e se queste non hanno una natura dimostrabile - o quanto meno osservabile-, capite bene che non se ne esce!).
Lacan, e perché nessun oggetto basta
Due visioni regalateci da Lacan, psicanalista francese (1901-1981): rivoluzionario e, lasciatemelo dire, ostico. Per non dire: elegantemente ed inutilmente complesso...
Ad ogni modo:
L'objet petit (l'oggetto minuscolo, quello che non si lascia afferrare) è ciò che causa il desiderio, non ciò che lo soddisferebbe. Il desiderio, in questa logica, è il resto che avanza quando si sottrae il bisogno alla domanda: se chiedo un abbraccio, nella richiesta c'è sempre anche una domanda di connessione che al singolo abbraccio non è richiesto di "rispondere". Una lettura semplificata permette di pensare che l'oggetto, una volta ottenuto, non coincida più con ciò che ne causava il desiderio. Non perché deluda, ma perché ha cambiato posizione.
La formulazione clinicamente più utile, però, è un'altra. Lacan rovescia l'idea corrente secondo cui l'angoscia nascerebbe dalla perdita dell'oggetto e sostiene che essa sorge piuttosto quando la mancanza viene a mancare: quando l'oggetto è troppo presente, quando il vuoto che sosteneva il desiderio si riempie.
Come vedrete, quest'ultima posizione è in linea con il secondo argomento di Freud.
Questo non consente affatto di concludere che l'Altro debba restare indisponibile perché lo si possa desiderare. Quella è la scorciatoia che trasforma la psicologia in un manuale di tecniche di seduzione, ed è una scorciatoia "inutile", oltre che dannosa.
Mitchell: la sicurezza come lavoro, non come destino
Stephen A. Mitchell, psicoanalista statunitense morto nel 2000, critica la visione di Freud e altre semplificazioni popolari sulle dinamiche di coppia e tenta una lettura personale fondata su esperienza clinica.
L'autore, nel libro "Can Love Last? The Fate of Romance over Time", affronta il cuore del tema introdotto in questo articolo: come mai il desiderio romantico tende a spegnersi proprio nelle relazioni più sicure e stabili, ovvero proprio quelle che ricerchiamo attivamente? La visione tradizionale, secondo cui la sicurezza nella coppia nutra la passione e il rischio la spenga, viene ribaltata.
Sono proprio la ricerca assoluta di sicurezza e il tentativo di abbattere il rischio le cause alla base della diminuzione di desiderio. Non fraintendiamo: questo non significa che perché una coppia funzioni sia necessario far percepire costantemente rischio al proprio partner; semmai che "tentare di azzerare questo rischio" è più disfunzionale di una sana quota di rischio percepito. Ovvero, percepire una quota di rischio (non giustificata dalla realtà dei fatti) da più certezza che la relazione sia potenzialmente sana e durevole rispetto a concepire come "impossibile" che quella coppia si rompa.
Da dove nasce questo rischio percepito? Dal fatto inconfutabile che le persone in coppia conservano una certa possibilità di rompere la relazione e scegliere altre strade. Qualora il partner non tollerasse questo rischio e si mettesse attivamente (ma spesso inconsapevolmente) a lavorare per ridurlo, entreremmo nella casistica (poco utile) espressa precedentemente. In che modo il partner che non tollerano incertezza agisce sulla relazione? Il più delle volte sceglie tra due strategie che sono risultate utili nella sua storia: controllo vs evitamento (questo non lo dice Mitchell, lo aggiungo io...). Se queste operazioni di sicurezza funzionano, si trasformano in un'arma a doppio taglio: la relazione è percepita come sicura, ma il trascinamento emotivo viene a meno.
Il punto è che il partner reale non diventa mai davvero prevedibile. Resta opaco, autonomo, capace in qualsiasi momento di cambiare idea, innamorarsi di qualcun altro, ammalarsi o andarsene. È questa alterità persistente a risultare insopportabile. Dunque, il soggetto lavora per neutralizzarla: comincia a raccontare l'altro come un "tipo di persona con certe caratteristiche" (si forma un prototipo), a prevedere le sue reazioni, a organizzare le settimane in modo che non accada nulla di non previsto. Chi arriva a riferirsi al proprio partner dicendo cose che suonano come "tanto so già cosa mi risponderà... farà questo... farà quello" lo fa delineando una vittoria, su cui ha lavorato attivamente, che ha poco di "vincente".
Ricerche empiriche sulle dinamiche di avvicinamento-allontanamento
In una ricerca scientifica (1999) Roy Baumeister scopre che la passione non è funzione del livello di intimità, ma del suo tasso di variazione. È, tecnicamente, la derivata prima dell'intimità nel tempo (che detto senza formalismi significa che conta la velocità con cui ci si sta avvicinando, non quanto vicini si è arrivati).

Con un'intimità elevata ma stabile nel tempo la passione risulta bassa, e questo vale anche ai massimi livelli di intimità, dove l'intuizione comune si aspetterebbe l'opposto.
Con un'intimità in rapido aumento si ottiene un picco di passione, che è precisamente ciò che accade di solito nelle prime settimane di una storia. E con un'intimità che cala e poi risale si ottiene un nuovo picco: il che spiega perché tante coppie a distanza descrivano ogni riunione come elettrica, e perché quelle stesse coppie, una volta andate a convivere, si trovino spesso a chiedersi con sconcerto dove sia finita la corrente. Non è finita da nessuna parte: si è semplicemente azzerata la variazione!
Ricerche successive (Rubin e Campbell, 2012; Aykutoğlu e Uysal, 2017) specificano che la relazione potrebbe essere bidirezionale: variazione di passione predice variazione di intimità e viceversa). Altri modelli, come quello di Arthur e Elaine Aron, postulano che l'avvicinamento-allontanamento è funzione del livello di auto-espansione del sé: più il partner è percepito come stimolante per la propria costruzione/espansione identitaria (quindi tanto più contiene in sé elementi nuovi, caratteristici, propri, diversi... in grado di offrire una spinta alla crescita, al cambiamento, alla sperimentazione di sé), tanto più aumenterebbero attrazione e vicinanza.
Per aggiungere un pezzo importante dobbiamo chiederci se nella ricerca scientifica troviamo studi che raccontano come mai queste oscillazioni sono così frequenti e durature nel tempo? Qual è il conflitto sottostante che regge questa costante tensione?
Su questo esiste ormai un consistente corpus di ricerca.
Il primo dato è che le fluttuazioni di vicinanza, nella popolazione generale, dipendono dalla tensione dialettica fra bisogno di autonomia e bisogno di connessione, indagata da Feeney già alla fine degli anni Novanta;
Anche lo stress riduce la ricerca di prossimità e vicinanza;
Vissuti di solitudine producono un'oscillazione tra vicinanza (desiderio di ri-connettersi) e allontanamento (vigilanza e prevenzione del rischio).
Il secondo dato riguarda il genere. Gli studi che hanno cercato differenze sistematiche nei bisogni di vicinanza fra uomini e donne producono risultati incoerenti: alcuni trovano le donne più orientate alla vicinanza e gli uomini all'autonomia, altri l'esatto contrario. Altri studi hanno indagato la percezione di distanza e vicinanza, dimostrando che la percezione di distanza è spesso asimmetrica, impattando sulle dinamiche di coppia. Inoltre, altri studi sulle strategie di allontanamento hanno scoperto che la configurazione uomo-inseguitore/donna-distanziante è documentata quanto quella opposta. Il ciclo, insomma, appartiene alla coppia e non a un sesso specifico.
La risposta più plausibile: allontanamento come risposta difensiva dell'evitante
Il terzo dato arriva dalla ricerca sull'attaccamento evitante: argomento che riprende la nostra introduzione e che in questa sede ci interessa di più.
L'attaccamento evitante è una strategia appresa per gestire il bisogno di cura proveniente dalle figure d'attaccamento primarie (genitori o caregiver). Quando le richieste di vicinanza sono state ripetutamente accolte con distanza o irritazione (o non sono state accolte) il bambino impara - inconsapevolmente - che segnalare il bisogno è costoso, pertanto organizza un assetto di autosufficienza difensiva: smette di chiedere, e con il tempo smette anche di registrare consapevolmente ciò che vorrebbe chiedere. Bowlby lo descrive come compulsive self-reliance, un'autonomia obbligata più che scelta (Bowlby, 1973; 1980).
Alle volte, chi possiede uno stile di attaccamento evitante, prima di avvertire la necessità di allontanarsi, sperimenta fastidio, rabbia o disagio nella relazione: sensazioni che preannunciano proprio l'allontanamento.
Il punto che conta qui è che non si tratta di assenza di sentimento. Gli studi che misurano insieme comportamento e fisiologia mostrano il contrario: l'attivazione emotiva c'è, ma viene disinnescata prima di diventare esperienza cosciente, quella che nella letteratura successiva viene chiamata disattivazione del sistema di attaccamento (Main, 2018; Mikulincer e Shaver, 2013).
Quindi l'immagine corrente dell'evitante come persona costantemente fredda è sbagliata. L'evitamento è contingente e, spesso, si attiva in casi specifici: pressione all'intimità, richieste di supporto, conflitto, percezione di essere influenzato dal partner e situazioni di vulnerabilità. Il ritiro funziona qui come strategia di regolazione emotiva; ma quando la fuga è preclusa, la stessa organizzazione può virare sull'attacco, usando l'ostilità per chiudere la discussione o per respingere una vicinanza diventata intollerabile data l'organizzazione del sistema di attaccamento dell'individuo.
E qui la ricerca fornisce qualcosa che né Freud né Lacan potevano fornire: il pezzo mancante del nostro ciclo. Gli individui con attaccamento evitante tendono a sovrastimare l'intensità delle emozioni negative del partner, il che attiva risposte difensive e ostili (Overall, 2015); tengono viva internamente una rabbia che si sforzano di non esprimere; e soprattutto sopprimono il proprio disagio al punto da non riconoscerlo consapevolmente, sperimentando più emozione negativa di quanta ne riferiscano.
Il risultato è un fraintendimento sistematico di sé: il fastidio, che è un segnale utile alla disattivazione del sistema di attaccamento, viene letto come prova di disinteresse, sia dal soggetto stesso che dal partner: "Evidentemente non ero abbastanza preso!", oppure "Evidentemente non gli importa nulla di me!" è la conclusione che il soggetto o il partner traggono da meccanismi difensivi, che hanno tutt'altro scopo (difesa/protezione dal rischio legato all'attaccamento), rispetto a quello di segnalare disinteresse o mancato coinvolgimento sentimentale.
Il ciclo che ne deriva è autoperpetuante e ben documentato: la mancanza di entusiasmo per i partner responsivi aumenta la probabilità di finire con partner poco responsivi, il che conferma le credenze di partenza sull'indisponibilità degli altri e rafforza la sfiducia. Non serve alcuna sfortuna per ottenere questo esito. L'esperienza clinica insegna quanto le persone con attaccamento evitante sviluppino modi inconsapevoli e sofisticati di selezionare dei partner indisponibili, rimanendo regolarmente insoddisfatti e confermandosi (irrazionalmente) l'idea di "non essere desiderati" da nessuno. La realtà è che il sistema percettivo degli evitanti scarta a priori (giustificando la scelta con "disinteresse") i partner che segnalano interesse e autentica volontà di connessione.
Tre configurazioni, tre lavori diversi
Per concludere e sintetizzare un minimo possiamo dire che in clinica il ciclo di avvicinamento-allontanamento si presenta in almeno tre configurazioni possibili, tutte caratterizzate da ciò che il paziente descrive con la parola «fastidio».
Nella configurazione del controllo la vicinanza è perfettamente tollerabile, a condizione che sia decisa dal soggetto. Il fastidio compare quando la regia passa all'altro: quando è lui a proporre il weekend, a decidere di presentare i genitori, ad accelerare i tempi. È la variante con la prognosi migliore, perché il conflitto riguarda la gestione del legame e non il legame in sé.
Una variante, connessa alla prima, è quella della diminuzione del desiderio: la vicinanza non minaccia, svuota. Il partner non diventa pericoloso, ma è percepito come insoddisfacente. In realtà sappiamo che spesso questo pattern consegue alla volontà di azzerare il rischio di incertezza strutturale di abbandono/rottura presente in qualsiasi relazione umana. Il tentativo di azzerare il rischio, che si traduce in controllo del partner, allontanamento difensivo, reindirizzamento della quota di attenzione precedentemente dedicata al partner verso altri scopi, rende il partner prevedibile o "innocuo" (rispetto al rischio di cui parlavamo). Si tratta di un disinvestimento difensivo. Questa stessa prevedibilità, in sintesi, spegne un sistema di "vigilanza" interno funzionale connesso al bisogno di intimità e connessione.
Nella configurazione dell'evitamento (specie nell'organizzazione timoroso-evitante, e non a quella distanziante) coesistono un'iper-attivazione, che produce la ricerca di vicinanza, e una disattivazione che si accende a obiettivo raggiunto o nei momenti in cui il partner si avvicina "troppo". In altri termini, la regolazione della distanza, modulata da sensazioni di fastidio o disagio, viene letta come oscillazione fra angoscia di abbandono, (che porta ad avvicinarsi) e timore di annullamento, o secondo studi più recenti, timore di sperimentare nuovamente indisponibilità, gestito tramite allontanamento difensivo.
Conclusioni...
Tali configurazioni costituiscono un'iper-semplificazione. Qualora vi siate rivisti in una (o in più) di queste, cosa peraltro molto probabile, vi segnalo un fatto interessante: tutti abbiamo tutto, è la quantità che conta!
Se siete interessati ad approfondire, contattate un professionista della salute mentale. Se avete bisogno di un consiglio non esitate a contattarmi.
Non fate "fai da te" (dà sollievo nel breve termine, ma non funziona sul lungo, anzi!).
Il vostro caro,
Dott. M.




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